A cominciare dal profilo politico del partito e, di conseguenza, dal progetto politico di fondo. Ora è abbastanza chiaro: i supporter della mozione Bersani - e gli esempi si possono trarre direttamente, e onestamente, dalle migliaia di assemblee svolte nei circoli - desiderano avere un "grande partito" dove gli iscritti decidono con una forte caratterizzazione politica e culturale.
Insomma, un grande partito popolare e di sinistra dove le primarie, tanto per citarne una, rappresentano un'eccezione e non la regola nel regolamento interno al partito. Certo, con l'apporto e il riconoscimento di altre culture e di altre biografie culturali - oltre a quella di maggioranza.
Un ruolo, del resto, che già era presente nel passato recente e meno recente dove i cosiddetti "indipendenti di sinistra", cattolici o laici che fossero, svolgevano una missione importante ma del tutto marginale se non irrilevante ai fini della costruzione della strategia complessiva del partito.
Su questo versante, forse, ha ragione Piero Fassino quando insiste sul fatto che nella vicenda congressuale conta di più il "sentimento" che anima chi vota una mozione - cioè il progetto politico - che non ciò che dice lo stesso leader. Una osservazione che, mi pare, coglie bene l'umore che sino ad oggi ha caratterizzato il comportamento politico degli iscritti all'interno del partito.
Un'osservazione che ci porta ad una conclusione molto semplice: e cioè, il progetto originario del Pd può anche saltare.
E questo non per un atto di fede nei confronti delle ragioni fondanti del Pd ma, semmai, per registrare che se il progetto iniziale del Pd si attenua, ogni atto e comportamento politico successivo può essere possibile e legittimo. Compreso chi, e non mancano affatto i boatos e le ipotesi, pensa di non avere più cittadinanza attiva in un partito che assume altre caratteristiche e persegue altri obiettivi.
Lo stesso vale, seppur su un altro versante, per l'organizzazione e la forma partito. È indubbio che il partito deve essere organizzato, strutturato e radicato. Com'è altrettanto indubbio che deve essere un partito capace di legare nella sua organizzazione interna il ruolo degli iscritti e dei militanti al coinvolgimento dei cittadini elettori.
Ma l'impressione che emerge, suffragata dalla volontà e dal desiderio di migliaia di iscritti che hanno scelto la mozione Bersani, mi pare che vada in un'altra direzione.
E cioè, verso la definizione di un partito pesante, sì organizzato, ma dominato dagli iscritti con una sostanziale allergia nei confronti delle dinamiche che hanno dato origine al Partito democratico.
Insomma, credo sia arrivato il momento per chiarire la posta in gioco. E questo non solo per chiarezza nei confronti dei cittadini che si recheranno ai gazebo il prossimo 25 ottobre ma, soprattutto, per onestà intellettuale nei confronti del "popolo" democratico in merito alla prospettiva del partito.
Sarebbe scorretto, nonché ingeneroso, aggirare questi temi in virtù di un generico buonismo ed ecumenismo.
Tutti vogliamo e coltiviamo il valore dell'unità del partito. Ma tutti abbiamo anche il dovere di essere chiari, aperti e trasparenti. E questo per il rispetto e il bene del futuro del Partito democratico.
Data: 01-10-2009