Senza pretese di autosufficienza. Questa è la posta in gioco. E per questo serve una forte discontinuità con la linea politica precedente, serve una leadership in grado di ridare al partito lo slancio di un processo costituente dichiarato troppo prematuramente concluso.
Per un tale compito non basterà un uomo solo al comando. Occorre formare una squadra non improvvisata che non sia al servizio del leader ma del progetto. E servirà la capacità di farla lavorare in modo corale, dentro una cultura della decisione che conosce davvero il senso della corresponsabilità e della verifica democratica (...).
La questione morale
(...) La questione morale ha diverse facce: i conflitti di interessi; i costi eccessivi; l'intreccio illegale e scorretto tra politici, Pubblica amministrazione e affari; l'accumulo di cariche; la logica notabilare che fa prevalere le carriere dei singoli e delle cordate sui progetti e sulle idee; la spudoratezza di certi comportamenti esibiti da chi ricopre incarichi pubblici... I costi sono senz'altro uno dei fuochi di questo fenomeno complesso. Equiparare i costi esorbitanti della politica italiana alla media di quelli europei può essere un primo passo. Però non basta (...).
L'altro fuoco della questione morale riguarda la moralità dei gruppi dirigenti.
(...) Ai dirigenti del riformismo democratico è chiesta, anzitutto, un'attenzione permanente a incarnare nella propria azione i valori proposti nel progetto politico che promuovono. Di essere davvero a servizio del bene di tutti e non di sé e del proprio gruppo.
Di esercitare con rigore e trasparenza gli incarichi nei partiti come nelle istituzioni.
Di avvertire la formazione di nuovi gruppi dirigenti come parte essenziale della propria funzione dirigente.
Il dodice etico del partito va rafforzato e deve diventare parte essenziale del suo profilo. Vanno stabilite sanzioni adeguate ed efficaci e vanno fissate procedure che garantiscano la sua concreta applicazione nei confronti di chi non lo rispetta o non lo fa rispettare.
C'è infine una dimensione statutaria del problema che riguarda la distinzione dei ruoli, le modalità di selezione dei candidati, la trasparenza nella decisione degli incarichi. Decisivo ristabilire, in questa linea, forme di incompatibilità tra cariche esecutive nel partito e incarichi di governo e nelle istituzioni ai diversi livelli.
Laicità democratica ed etica pubblica
(...) La laicità dei democratici non può esaurirsi nella difesa dei diritti civili individuali da ogni ingerenza di un'etica pubblica. L'avanzare della libertà degli individui anche sul terreno dei diritti civili è una grande conquista della modernità democratica. I diritti dell'individuo, tuttavia, non esauriscono la sfera delle libertà civili. Essi, come la libertà stessa, sono sempre sottoposti alla verifica del bene comune (...).
Una società civile non potrà mai essere il frutto di una somma di etiche individuali.
Tutti oggi riscoprono, con buona dose di ipocrisia, che senza etica non può esserci economia. A maggior ragione non può esserci convivenza civile senza un'etica condivisa. Né una politica degna di questo nome. Ecco perché a noi stanno a cuore anche le dimensioni comunitarie, sociali, politiche della libertà, quindi dei diritti, quindi dell'etica (...).
Alla laicità dei democratici è chiesto di misurarsi con la società pluralistica.
Di evitare, quindi, forzature ideologiche di ogni sorta: religiose, antireligiose o irreligiose che siano. Questa laicità riconosce la libertà religiosa accanto alla libertà di pensiero, ed è aperta al contributo positivo che le fedi religiose possono dare al bene comune e alla rigenerazione di un'etica condivisa.
Le Chiese hanno il diritto legittimo di partecipare al dibattito pubblico.
La politica ha la piena responsabilità di decidere nel rispetto della laicità democratica (...).
La vita è un bene inalienabile e la libertà di coscienza un valore intangibile.
Altra cosa è essere impegnati in un partito che, di fronte a un progetto di legge, deve necessariamente assumere una sua posizione. Mesi di dialogo e di ricerca comune hanno portato i gruppi parlamentari del Pd ad esprimere una propria posizione che condividiamo.
Posizione - non unanime, certo, ma prevalente - basata sul riconoscimento della volontà debitamente informata del paziente.
Chi la pensa diversamente è pienamente libero di farlo. Non può però chiedere al partito di rinunciare ad esprimersi. E neppure può aiutare la maggioranza ad approvare una legge che il Pd non può accettare.
Un riformismo non moderato
ma solidale Le radici della forte battuta d'arresto del Pd stanno in un profilo culturale rimasto a mezza strada dell'incontro tra diverse culture e capacità di nuova sintesi.
Continuare a definirlo partito dei democratici o di centrosinistra è voler restare dentro un profilo indefinito. Il Pd è un soggetto della sinistra democratica che si colloca, a livello internazionale, tra le forze progressiste, socialiste, liberaldemocratiche. E che quindi partecipa, in Europa, all'alleanza tra socialisti e democratici. Non si può dimenticare, però, che il riformismo cattolico è a pieno titolo e con una propria originalità un filone del progressismo democratico. E non solo in Europa. Dal dialogo tra le diverse culture politiche, storiche ed emergenti, deve nascere una sintesi nuova, in grado di stare in campo nel grande mutamento attuale.
Nell'identità del partito nuovo, però, è giusto riconoscere esplicitamente il contributo delle diverse culture.
Il profilo del Pd non può restare racchiuso in quella miscela lib-lab che ha orientato molte forze progressiste europee e gli stessi partiti socialdemocratici negli ultimi decenni. Il cristianesimo non è un umanesimo, ma ispira in modo evidente e implicito diverse culture, diversi umanesimi. Gli stessi che hanno storicamente alimentato forti movimenti sociali e politici (...).
Pensiamo il Pd come partito del riformismo solidale che opera per uno sviluppo giusto, umano, sostenibile.
Un riformismo che oggi non può essere moderato: accanto a politiche che puntano a ridurre subito e sensibilmente la sofferenza sociale servono riforme capaci di cambiare le strutture ingiuste dell'economia e della società.
Un progetto chiaro, un programma credibile
(...) Da questa crisi si uscirà davvero se si porrà mano ad un'economia sociale di mercato in grado di risolvere in forme nuove il rapporto tra crescita, distribuzione della ricchezza, sostenibilità.
Questione che ne porta con sé un'altra: ridare dignità alla politica, oggi sempre più espropriata da un mercato che si è reso irresponsabile verso il bene comune.
Dobbiamo ritrovare il gusto dei pensieri lunghi, di un orizzonte di valori e di idee-forza che esprimano nuove sintesi all'altezza dei tempi. Dobbiamo concentrare le nostre energie sull'elaborazione di un programma e su una politica delle alleanze in grado di sconfiggere la destra. I lineamenti di questo programma vanno elaborati nel partito chiamando a raccolta saperi, competenze, soggetti rappresentativi.
Vanno poi proposti alla società civile e agli elettori e negoziati con le forze politiche disponibili a formare con noi una coalizione che si candida a governare per attuare un programma condiviso di riforme.
L'asse portante, per noi, è chiaro.
La questione sociale si presenta oggi, allo stesso tempo, come questione di giustizia e di coesione e come fattore strategico di una ripresa della crescita che sia innovativa e sostenibile (...).
Un partito popolare e democratico
Il cambiamento di rotta che vogliamo contribuire a determinare nel congresso, poggia anche su una diversa concezione del partito. Per governare e riformare c'è bisogno di un consenso degli italiani non emotivo e volatile ma consapevole e attivo. Unire i riformisti per un'altra Italia possibile: più libera, più giusta, più vivibile, più solidale. Per questo il Pd esiste. E questa visione può suscitare importanti risorse simboliche, motivare, ridare speranza e fiducia.
Però non basta evocarla in modo seduttivo. Né bastano i media e le primarie, che pure sono importanti.
È urgente dare al Pd forti radici popolari e una democrazia degna di questo nome. Il primo passo, il più decisivo, è promuovere nel partito e nella società una pratica quotidiana di democrazia responsabile e partecipativa.
Viviamo in un momento storico che vede la democrazia colonizzata ed espropriata dai poteri economici. Abbiamo di fronte un avversario politico che continua a mistificare la verità grazie a uno strapotere mediatico che non siamo riusciti a contrastare. E che tuttavia riesce a vincere anche perché, in misura crescente, si sta radicando a livello locale (...).
Fermo ancoraggio ai principi costituzionali, recupero della centralità del parlamento, conferma del carattere bipolare della democrazia italiana, riforma elettorale che garantisca ai cittadini la sovranità nella scelta dei propri rappresentanti, salvaguardia dell'autonomia della magistratura: sono questi i punti qualificanti che possono contrastare la deriva populista e neoautoritaria e rivitalizzare la dinamica democratica.
Questo obbliga più che mai il Pd a pensarsi, esso per primo, come soggetto di difesa e di sviluppo della democrazia.
Serve un partito che sia casa della cittadinanza politica attiva anzitutto sul territorio. Una casa aperta e trasparente, capace di alimentare un'esperienza quotidiana di democrazia nelle sue diverse forme: rappresentativa, diretta, comunicativa, deliberativa.
Il Pd ha bisogno di un ampio quadro attivo di donne e di uomini di tutte le generazioni: persone che si appassionano alla politica non perché tifano per un leader ma perché fanno la scelta di un impegno responsabile (...). Lo statuto va cambiato in quanto pensato come strumento di un partito schiacciato sulla centralità di una leadership personalizzata. E questo ci obbliga, tra l'altro, a un rapporto tra congresso e primarie che tende a togliere dignità e consistenza alla democrazia degli iscritti.
Le primarie si rivolgono ai cittadini quando si riferiscono a candidature per le cariche monocratiche nelle istituzioni.
Per le cariche nel partito deve invece valere una democrazia degli iscritti: una democrazia che può anche decidere, quando il caso lo richiede, di ricorrere alle primarie; una democrazia non pregiudicata dalle correnti. Al congresso bisogna superare le correnti e riconoscere come soggetti della democrazia interna le aggregazioni costituite a sostegno delle mozioni congressuali. Il pluralismo del partito, inoltre, è alimentato dal contributo riconosciuto di associazioni e fondazioni culturali.
Un partito democratico e riformista non può essere ridotto ad una macchina elettorale a servizio del leader.
Serve un leader per il partito non un partito per il leader. Non un partito personale ma un partito popolare e di programma, con una leadership forte, collegiale e responsabile, sostenuta e continuamente verificata da una democrazia partecipativa (...).
Data: 23-07-2009