So che questo bagaglio è importante per me e prezioso per il partito. Ma lungi da me pensare che intorno al cattolicesimo democratico, il cattolicesimo sociale, il pensiero socialista o altre opzioni del secolo scorso, si possa costruire l'identità di un partito moderno.
Anche qui molto semplicemente. La nostra identità è quella democratica. L'identità moderna che raccoglie e innova le migliori tradizioni del riformismo italiano. Centro e sinistra sono luoghi "freddi". Gli elettori hanno bisogno di riconoscersi in una visione, in una gerarchia di valori. La nostra identità sta in parole come solidarietà, lotta alle disuguaglianze, centralità della persona.
Ma gli elettori vogliono di più. Vogliono dai politici anche un'assunzione di responsabilità.
Vogliono una classe politica in grado di incarnare quei valori. Vogliono dare fiducia a chi dimostra coerenza nei propri comportamenti. L'identità del Pd si gioca sulla credibilità delle affermazioni che facciamo. Oggi è tempo di dire dei "no" con chiarezza e fare delle proposte altrettanto chiare. Dal campo della sicurezza, a quello dell'economia e del lavoro, al campo delicato della bioetica.
Ecco, altra questione "scottante" che mi sento porre. La mia idea di laicità. La laicità è una pratica a cui sono chiamati credenti e non credenti, la capacità di porsi di fronte a un problema nuovo, inedito, che ha implicazioni etiche e dare una risposta che rispetti la libertà individuale e il dovere, previsto dalla Costituzione, che ha la repubblica di avere a cuore la vita e la salute dei cittadini italiani.
La questione della laicità non è un fatto nuovo. Recente, e indecente, è piuttosto il bipolarismo etico.
Il giudizio su una questione eticamente sensibile non può essere iscritto nello schema centrosinistra - centrodestra. Il nostro paese, se non avesse avuto laici e cattolici, capaci di entrare nel merito delle questioni, non avrebbe oggi la Carta costituzionale che ha, che è la garanzia massima della laicità dello stato. E se un uomo come Livio Labor, prima presidente per 10 anni delle Acli e poi senatore nelle file del Psi, non avesse fatto il relatore della legge 194, sull'interruzione di gravidanza, oggi non avremmo una legge così moderna e avanzata e ci sarebbero ancora gli aborti clandestini, con le conseguenze che si possono immaginare.
Le questioni eticamente sensibili sulle quali tutti siamo interrogati, testamento biologico in primo luogo, non sono temi residuali per la politica. La vicenda di Eluana Englaro lo ha dimostrato, attorno a questi temi c'è una grande partecipazione dei cittadini. Sono questioni che interrogano le coscienze di tutti noi.
Il vero problema è che in Italia, sul testamento biologico, la scelta è negata. Se io mi trovassi in quelle condizioni vorrei aver dato disposizioni in precedenza.
Non vorrei che questa responsabilità ricadesse su altri, e un giudice o, peggio, un decreto legge, potessero decidere per me in un senso o nell'altro. Il testamento biologico è una priorità. Come lo sono anche le unioni civili. E su questi temi, invece che erigere steccati, abbiamo bisogno di confronto, di capacità di superare i rispettivi paletti che hanno ingessato la discussione.
Sul tema dell'aborto ad esempio.
Da democratico e cattolico, lo ripeto, difendo la legge 194. Da democratico e cattolico mi scandalizza però che in Italia possa accadere che una ragazza, lavoratrice a progetto, rimasta incinta, si senta dire dal datore di lavoro che deve decidere tra figlio e stipendio.
Quella ragazza è stata costretta a fare la scelta più tragica e a me è rimasta l'idea che un paese che tutela le persone in base al contratto di lavoro con cui queste lavorano, e non per il fatto di essere persone, è un paese ancora incivile.
Da democratici, laici e cattolici, questo non lo possiamo accettare.
Data: 09-10-2009