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Quindici anni alla ricerca di un leader (26 ottobre 2009)

di Stefano Cappellini, da Il Riformista
Hanno provato col popolo dei fax, coi caminetti riservati e con i bagni di folla, con le primarie per la premiership e quelle per la leadership, si è provato col "buono" Prodi, col "brutto" Amato e col "cattivo" D'Alema, senza dimenticare Rutelli "bello guaglione", sfruttando la mitologia dell'uomo nuovo o la narrativa della nuova stagione, si sono messi in fila ai seggi per scegliere il loro candidato banchieri e operai, trinariciuti emiliani e beghine pugliesi, registi famosi e scrittori sfaccendati, avanzi di sezione e professorini della società civile. Non è finora servito a trovare una soluzione stabile. Oggi si ricomincia: la sinistra cerca un leader. Con le primarie milioni di elettori e simpatizzanti del Pd proveranno a eleggere un segretario al quale garantire, se non il posto fisso alla Tremonti, quantomeno un solido contratto a tempo determinato.
Toccherà al favorito Pier Luigi Bersani? Prevarrà la retorica neopopulista di Dario Franceschini? Oppure ci sarà il boom nuovista di Ignazio Marino, che potrebbe riuscire nell'obiettivo fissato in partenza, che non è vincere ma ottenere abbastanza voti da impedire a uno degli altri due candidati di raggiungere la maggioranza assoluta?
Così fosse, le primarie sarebbero invalidate. E i dirigenti del Pd dovrebbero spiegare ai milioni di persone accorse a votare che si torna indietro di due caselle, come nel gioco dell'oca. Spetterebbe alla neoeletta Assemblea nazionale del partito votare l'elezione del segretario. Regolamento arzigogolato, ma nemmeno troppo, almeno per un popolo come quello di sinistra che negli ultimi quindici anni è stato già stordito da forsennati dibattiti sulla funzione del trattino tra centro e sinistra, nonché da irrisolti interrogativi metafisici se venisse prima il contenuto o il contenitore, prima il programma o poi il partito (all'epoca persino Sergio Cofferati pareva un leader credibile, prima della sua lunga serie di «scelte di vita»). Ora il partito c'è: il Pd. Un capo ancora no. Figurarsi il candidato premier. Per quello bisognerà aspettare altre elezioni, nuovi dibattiti e, soprattutto, tempi migliori.
Il massimo che i democrat possono sperare è che il segretario eletto stasera (se sarà eletto stasera) non si ritrovi a partecipare alle prossime primarie nel ruolo di ultimo della lunga serie dei leader postumi. La statistica, però, non gioca a favore. Uno è sull'orlo della scissione (Rutelli), un altro (Veltroni) scrive romanzi e li presenta in tv da Fabio Fazio il giorno stesso della Convenzione del partito che guidava fino a sei mesi fa (è successo l'11 ottobre scorso), un terzo (Prodi) voterà on line dagli Usa - probabilmente per Bersani - perché è lì impegnato per un ciclo di conferenze o forse per non avvicinarsi troppo a una creatura politica che non ha mai riconosciuto come figlia legittima. Solo Massimo D'Alema è ancora al suo posto, a incarnare - secondo i suoi tanti detrattori - il «vero volto» di Bersani, dopo essere stato accusato di essere il «vero volto» di Prodi nel 1996, di aver causato l'uscita di scena di Amato nel 2001, la sconfitta di Rutelli alle politiche dello stesso anno, le sfortune senza tempo di Fassino e le dimissioni di Veltroni nel 2008. In fondo non è stato D'Alema stesso, in un impeto di autocannibalismo, a causare le sue stesse dimissioni da premier dopo la sconfitta del centrosinistra alle regionali del 2000? Tutto torna, nella griglia dei dietrologi in servizio permanente effettivo.
Comprese le regionali, che ora incombono sul leader col peso di un pronostico devastante. Con Nichi Vendola azzoppato in Puglia dalle inchieste sulla sua giunta, con Piero Marazzo autosospesosi ieri da governatore del Lazio e affossato dalle sue (dice lui) «debolezze private», con Antonio Bassolino che non si ricandida nella Campania in cui i clan si iscrivono al Pd per partecipare alla macchina impazzita delle primarie a getto continuo - chissà quanta e quale gente andrà a votare oggi a Castellammare di Stabia - appare un miracolo se il prossimo marzo il centrosinistra riuscirà a conservare la guida di tre o quattro regioni. D'Alema si dimise da Palazzo Chigi perché l'Ulivo si era fermato a sette.
I leader del passato sono stati bruciati uno dopo l'altro, «consumati come canottiere», ha detto Veltroni il giorno in cui si è dimesso da segretario. «Usato e tradito due volte», dice Prodi di se stesso. E ciascun leader ha il suo haiku o aneddoto per commentare il triste momento della defenestrazione. Nella Seconda Repubblica la leadership del centrosinistra è stata più tabù che totem. A sentire una certa retorica "di base" è tutta una questione machiavellica di tranelli e accoltellamenti, di boicottaggi e rancori personali (e nessuno può negare che ci sia comunque una certa dose di verità). La scuola di pensiero degli "storici" tende invece a pensare che c'entri qualcosa il vizio d'origine dei soci fondatori dell'Ulivo prima e del Pd poi. Cioè comunisti e democristiani.
Nella Democrazia cristiana la questione della leadership seguiva regole e traiettorie destinate inevitabilmente a estinguersi insieme alla Balena bianca. Nella Dc tutto si teneva in una architettura di pesi e contrappesi dove il segretario toccava a una corrente e il presidente del Consiglio a un'altra e giù a scendere per li rami fino a compensare ogni fazione e sottofazione. Così che un segretario poteva essere fatto fuori per una minima alterazione dell'equilibrio, ma con la stessa facilità con cui veniva silurato poteva poi resuscitare due, cinque o dieci anni dopo, come sintesi dei rinnovati equilibri interni. Resuscitò Fanfani, resuscitò Moro e, a dispetto dell'età, Ciriaco De Mita sembra ancora a caccia dell'ennesima resurrezione. Archeologia politica.
Per i comunisti, invece, il leader non poteva resuscitare. Perché era leader vita natural durante. Infallibile, incontestabile per via del centralismo democratico, rinforzato da un culto della personalità che, specie per quei dirigenti che di personalità ne avevano già in proprio, garantiva lunghe navigazioni e la certezza di non restare mai senza l'esercito alle proprie spalle. Poi magari ci pensava un infarto inizialmente spacciato per influenza a garantire il ricambio, come nell'Urss di Andropov e Cernenko, oppure una influenza spacciata per infarto, come nel Pci che pensionò Alessandro Natta e insediò al vertice Achille Occhetto, vero progenitore della serie dei leader rottamati, sebbene l'unico non rimpianto ex post.
Si capisce bene come anche questo modello non fosse esportabile fuori dal Pci. Resta solo un sottile filo rosso, a legare la liturgia dell'«Eccoci», della folla che si accalcava ieri al funerale del leader e di quella che si assiepa oggi ai gazebo per dargli vita.
Ma il vero problema ha visto i postcomunisti impegnati per anni, e forse ancora oggi, a fare i conti col fattore K, e cioè con la legge non scritta che vuole un dirigente proveniente dalla storia del Pci inadatto a proporsi come capo di uno schieramento che va oltre il proprio partito. In fondo, è per questa sindrome da figli di un dio minore che è nata l'idea Prodi nel 1994 («Lei è il nostro candidato premier e noi le conferiamo la nostra forza», lo investì D'Alema il giorno della pubblica incoronazione) e poi quella Rutelli nel 2001, e non deve essere del tutto estraneo a questo stato di cose il fatto che oggi un pezzo minacci la scissione in caso di vittoria di Bersani («Rimetterà la s al Pd», malignano molti ex popolari) o che Veltroni abbia fatto sapere per tempo (era ancora il secolo scorso) di non essere mai stato comunista nemmeno quando era un dirigente del Pci. Non gli è servito a vincere le elezioni, però nessuno si è azzardato a denunciare la sua candidatura come ritorno del pericolo rosso. D'altra parte, Veltroni è l'unico che nessuno si sarebbe mai azzardato a definire «il vero volto» di D'Alema.

Data: 26-10-2009



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