L’intero Paese, incluso il rivale John McCain, riconobbe il significato storico di quella vittoria. Un anno più tardi, la poesia di quei giorni eccezionali è stata sostituita dalla faticosa e spesso grigia prosa della quotidianità. E gli occhi degli americani sono puntati su un seggio di campagna, al confine con il Canada, dove si gioca una partita elettorale che può aiutare a capire come si muoverà il resto del Paese nei prossimi due anni.
Questo è un anno in cui si tengono pochi appuntamenti elettorali: si vota per il sindaco di New York (dove Michael Bloomberg è favoritissimo per una terza conferma contro il democratico Bill Thompson) e si vota per rinnovare i governatorati del New Jersey e della Virginia. Un po’ poco per trarre delle conclusioni sulla capacità di traino di Obama dopo nove mesi alla Casa Bianca. E tuttavia il mini appuntamento con le urne ricopre un certo interesse per Obama, se non altro perché avviene un giorno prima dello scadere del primo anniversario della sua vittoria.
Ad esempio, sarà interessante vedere se nella Virginia l’afflusso alle urne sarà alto o no: Obama vi vinse perché l’elettorato di colore si mobilitò per lui, ma a questa tornata sembra poco interessato a votare per il democratico, Creigh Deeds, che infatti è distanziato dal repubblicano Robert McDonnell.
Altrettanto interessante sarà vedere se l’appoggio che Obama ha dato al governatore del New Jersey Jon Corzine riuscirà a salvarlo: fino a poche settimane fa Corzine sembrava condannato a perdere contro il repubblicano Chris Christie, ma dopo i viaggi elettorali di Obama nello Stato, i due sono testa a testa.
I sondaggi intanto danno Obama stesso fra il 50 e il 57 per cento di approvazione (il numero più basso lo dà la Fox, il più alto la Abc), mentre i media passano in rassegna le promesse che ha fatto e quante sia riuscito a mentenerne in nove mesi alla Casa Bianca. E se tutti sono più o meno d’accordo nell’essere clementi e nel riconoscere che Obama ha dovuto occuparsi di problemi pressanti ben più gravi del previsto, come la crisi economica e la guerra in Afghanistan, critiche severe gli vengono dall’estrema sinistra, che si sente inascoltata su fronte dei diritti dei gay e dell’ambiente, e dall’estrema destra che vede in Obama una minaccia socialista al cuore del Paese.
E’ la destra che ha tenuto banco durante l’estate contro la riforma sanitaria, e che ha organizzato un’enorme manifestazione di protesta a Washington a settembre. E’ la destra che in quel seggio nel nord di New York ha obbligato la candidata repubblicana a ritirarsi, perché troppo moderata. Ora nel Distretto si scontrano un democratico, appoggiato da Obama, e un indipendente di estrema destra sostenuto dal partito repubblicano. In questo distretto, da 150 anni vincono i repubblicani. Adesso è possibile che vinca il democratico. Ma se anche vincesse l’indipendente, Obama dovrebbe sentirsi rassicurato: quanto più l’estrema destra diventa padrona del partito repubblicano, tanto meno questo appare appetibile alla maggioranza degli americani. E un simile quadro lo aiuterebbe a conservare la maggioranza l’anno prossimo alle elezioni di metà mandato, quando si rinnoverà l’intera Camera e un terzo del Senato.
Data: 03-11-2009