I n casa ha evitato l’apocalisse finanziaria, ma le catastrofi sventate non sono facili da comunicare, rendono poco in termini politici: anziché sollevata, l’America è demoralizzata dalla disoccupazione record e spaventata dall’esplosione del debito pubblico. Nel mondo ha ripristinato l’immagine degli Stati Uniti come potenza costruttiva e responsabile che cerca il dialogo con tutti, nemici compresi, e che rispetta i diritti umani. Ma, anche qui, i riconoscimenti sono venuti più dall’estero che da un’opinione pubblica americana che percepisce come uno smacco Israele che respinge gli inviti a seguire una linea più conciliante o l’Iran di Ahmadinejad che rifiuta la mano tesa della Casa Bianca. A un anno dalla mattina gelida e scintillante della cerimonia di insediamento davanti al Campidoglio di Washington, Barack Obama può legittimamente sostenere di aver colto risultati importanti, di aver governato con equilibrio e competenza. E, di certo, si è guadagnato il rispetto del mondo con molti gesti come l’apertura al dialogo col mondo islamico nel discorso all’università del Cairo, ma anche avendo il coraggio di rivendicare il diritto-dovere degli Usa di impegnarsi in «guerre giuste», proprio nel momento in cui, ad Oslo, riceveva il premio Nobel per la Pace.
Eppure negli Stati Uniti la sua popolarità— «stellare» quando prese le redini del Paese e anche dopo, fino all’inizio dell’estate — da sei mesi è in caduta libera. Obama non ha avuto il coraggio di battere i pugni sul tavolo, di imporsi sulla Babele del Congresso ( The Economist); dopo aver gettato il cuore oltre l’ostacolo col suo «yes we can», ha scoperto i limiti dei poteri presidenziali ( Financial Times); ha commesso il madornale errore di puntare tutto su una riforma sanitaria che la gente non capisce e non considera prioritaria, ora che il Paese è devastato dalla crisi (giudizio dell’autorevole analista indipendente Charlie Cook). Sulle cause del cambiamento di umori nei confronti del primo presidente nero della storia americana (indice di gradimento sceso sotto quota 50 rispetto al 71% dei giorni dell’insediamento) sono stati scritti fiumi d’inchiostro. I giudizi sul primo anno di Obama e sull’improvviso timore dei democratici di perdere le elezioni di «mid-term», sono i più diversi, ma almeno tre punti emergono con chiarezza: 1) la crisi economica, che durante la campagna elettorale mise le ali al leader democratico (col repubblicano McCain affondato dalla sua immagine di erede politico degli errori di Bush), adesso gioca contro il presidente. All’inizio del mandato il suo capo di gabinetto, Rahm Emanuel, affermò che per l’America era venuto il momento delle riforme radicali, visto che «non si può sprecare l’occasione offerta da una crisi così profonda».
I fatti gli hanno dato torto: un popolo frastornato e impaurito si sta dimostrando anche meno solidale verso i deboli. Questo perché l’impoverimento è generale, non riguarda solo i diseredati senza lavoro e senza assistenza medica: disoccupati, semioccupati e occupati che comunque rimangono sotto la soglia di povertà sono poco meno di un quinto della popolazione. E anche la generazione dei «baby boomers» — un tempo «affluente», ottimista e riformatrice — ha cambiato atteggiamento: è incupita da una crisi che, tra crollo del mercato immobiliare e perdita di valore del risparmio previdenziale, fa svanire la prospettive di una vecchiaia agiata. 2) I conservatori, ripiegati su sé stessi e senza leader dopo la sconfitta di fine 2008, in pochi mesi non solo si sono rialzati, ma hanno cominciato ad assediare Obama sfruttando due delle chiavi della sua vittoria: la promessa di governare la crisi in uno spirito di unità nazionale e l’uso, per comunicare, dei moderni strumenti della democrazia digitale. Anche la destra ha imparato a usare Internet, Twitter, YouTube. Così i gruppi antitasse dei «Tea Party», che ad agosto sembravano un fuoco di paglia, sono divenuti un movimento nazionale indipendente al quale i sondaggi attribuiscono il 40 per cento dei consensi potenziali. Al tempo stesso i repubblicani — ancora senza leader ma con vecchie volpi come lo stratega di Bush, Karl Rove, al lavoro dietro le quinte — hanno capito che la strategia «bipartisan» di Obama offriva loro un’opportunità insperata: bastava rifiutare la sua mano tesa per farla fallire. Così Obama si è ritrovato a dialogare con un muro. 3) Il presidente poteva ancora inchiodarli dimostrando che i repubblicani stanno boicottando un’efficace azione di risanamento. E che, nel mondo, è lui che sfida i terroristi nelle aree calde— Afghanistan e Pakistan— dopo le distrazioni irachene di Bush. Ma Obama, grande oratore in una campagna elettorale ricca di slogan seducenti, si è rivelato un comunicatore assai meno efficace da uomo di governo.
Certo, è difficile interagire con cittadini distratti, che si informano in modo sempre più frammentario: come spiegare il cambiamento di strategia in Medio Oriente e in Asia Centrale se, come mostrano i sondaggi, nella mente di buona parte degli americani il conflitto iracheno e quello afghano sono sovrapposti in una poltiglia indistinguibile di orrende immagini di attentati? Vale anche per l’economia: difficile sottrarsi all’accusa di spendere troppi soldi pubblici senza ottenere grossi risultati quando molti non distinguono il maxipacchetto degli stimoli fiscali (sostegni all’economia e al lavoro) dal Tarp, il fondo utilizzato per salvare le banche. Come uscirne? Molti analisti suggeriscono al presidente di chiudere prima possibile la partita della sanità, dedicandosi anima e corpo all’emergenza economica, senza farsi distrarre da un’altra missione — l’impegno contro il «global warming» — che per la maggioranza degli americani non è un problema cruciale, nell’attuale congiuntura. Anche se lo farà (perdendo una sinistra «liberal» che già ostenta la sua delusione) non è detto che riesca a recuperare: la gestione di un lento declino — economico come del ruolo internazionale degli Usa — non è esattamente quello che Obama aveva promesso agli elettori nella sua campagna elettorale scintillante.
Per farcela dovrà spingere gli americani a guardare le cose col suo stesso pragmatismo e convincerli che il Paese non è alla deriva, battendo i pugni sul tavolo e imponendo le sue scelte a un Congresso privo di disciplina. E, all’estero, dovrà alzare il profilo delle sue azioni, oltre a quello dei messaggi: lo sta già facendo inviando 30 mila uomini in più in Afghanistan, autorizzando un maggior numero di attacchi dal cielo contro i covi di Al Qaeda e cercando di impegnare la Cina in un confronto bilaterale più serrato (anche se Pechino ha fin qui risposto con una certa freddezza). Per Obama quella di mostrarsi molto più determinato è l’unica possibilità, ma è anche un sentiero stretto: da una parte ci sono i dubbi dei conservatori che lo vedono come un «community organizer» che fatica a diventare «commander-in-chief». Dall’altro le difficoltà oggettive di un presidente nero forte del voto avuto da un’ampia maggioranza dell’elettorato, ma anche consapevole del permanere di aree di pregiudizio razziale, che anche per questo fin qui ha sempre cercato soluzioni ecumeniche.
Data: 19-01-2010