“Il consolidamento del ruolo della famiglia diventa obiettivo centrale del presente Piano sociosanitario in quanto il principio di sussidiarietà che caratterizza il nuovo Welfare pone la famiglia al centro del sistema socio-assistenziale e sanitario, riconoscendole una duplice funzione sociale in quanto sensore privilegiato di bisogni e produttore solidale di risorse”. E’ una dichiarazione che sottoscrivo in pieno, che noi, credo, sottoscriviamo in pieno. Non è una dichiarazione che proviene da un pianeta ideale. E’ contenuta nel Piano socio-sanitario della Lombardia. In un Piano, cioè, la cui applicazione non condividiamo e contrastiamo. Che cosa voglio dire? Abbiano di fronte un avversario agguerrito, abile, che usa con disinvoltura parole che sentiamo nostre, ma che vengono poi completamente disattese. Un avversario agguerrito che abbiamo messo in seria difficoltà con la petizione sui tickets, che ha avuto grande successo, cioè con un atto di grande e vasta partecipazione su cui tornerò alla fine del mio intervento. Un avversario che dobbiamo ben conoscere se vogliamo batterlo. Che cos’è il modello lombardo della sanità? Io lo rappresento sinteticamente così. E mi scuso per la schematicità. Da una parte una grande retorica dei valori, dei principi, degli ideali, dall’altra una serie di delibere frazionate, dominate da una logica efficentista e mercantile, che produce l’impoverimento del sistema pubblico. In mezzo, tra valori e delibere, dov’è il posto del quadro programmatorio, dei progetti, cioè della mediazione culturale e politica che da’ un senso ai singoli atti, non c’è nulla, c’è il vuoto, il nulla. Così che resta difficile per chiunque misurare la coerenza con i valori enunciati. Seconda caratteristica. E’ un modello che predica la sussidiarietà che però pratica soltanto verso i privati, mentre verso le autonomie locali pratica il suo contrario, cioè il centralismo. Questo nella sanità ma anche in molti altri campi. Gli ospedali sono gestiti direttamente dalla Regione attraverso il Direttore generale che è dotato di poteri che nessun amministratore di una qualsiasi società privata ha. Un Direttore generale, che viene scelto in base a due requisiti: la capacità manageriale e il pareggio di bilancio, ma c’è un terzo requisito non dichiarato e spesso decisivo, la fedeltà politica. Non ho nulla contro il rapporto fiduciario che deve intercorrere fra regione e direttore, ma quando, come succede, si scade nella pura obbedienza politica, non si può stare zitti e non si può accettare. E’ un modo di guidare l’ospedale che non valorizza il collegio dei sanitari e le rappresentanze mediche, che ignora la cooperazione dei sindaci e delle organizzazioni sociali. Insomma è un ospedale che si isola dal territorio a causa di un centralismo insopportabile. Quale è stato il grado di coinvolgimento della città sul nuovo ospedale, sulla sua localizzazione, sul suo indirizzo? Praticamente zero. Un’altra caratteristica è il tipo di rapporto pubblico-privato che viene attuato. Io non ho nulla contro l’apporto dei privati, anche nella sanità. Ma quando questo avviene senza una forte strategia programmatoria. Quando l’accreditamento non è concepito, come voleva il centrosinistra, quale strumento di programmazione, il risultato è uno solo. La corsa al consumo di prestazioni sempre più costose e remunerative che generano il buco enorme che noi abbiamo. In questo quadro, dopo l’addizionale IRPEF, bisogna introdurre i tickets, e se si diminuiscono i tickets sui farmaci, è gioco forza aumentare quelli sulla diagnostica. E domani arriverà l’assicurazione privata. Ma pensino, piuttosto, ad assistere meglio i malati, a dare motivazioni forti ai medici che hanno scelto il servizio pubblico, a garantire la qualità del servizio! Un’altra caratteristica ancora: l’organizzazione sanitaria è tutta ospedalocentrica. Si trascura l’attività di prevenzione e la medicina di base. Spariscono i distretti, s’indeboliscono i presidi sul territorio. I consultori, la cura delle malattie mentali e degli handicap, sono messi in seconda fila, o in terza. Termino qui la descrizione del modello per ragioni di tempo. E’ questa una rappresentazione unilaterale e deformata della sanità lombarda? No. Sia chiaro, la sanità lombarda è buona, è sempre stata buona, in alcuni momenti storici è stata davvero, per molti aspetti, un modello per l’Italia. Vantarsi di questo, come fa Formigoni, è da sciocchi. La sanità lombarda è buona perché espressiva di una scienza medica alta, di personale sanitario di qualità, di una società che sprigiona una grande vitalità sociale e che ha dentro di sé gli anticorpi contro l’inefficienza. Non è questo il problema. Il problema è il modello culturale su cui si sono incamminati. E’ su questo modello che la nostra azione di contrasto è ferma, rigorosa, intransigente. è qui che noi marchiamo la nostra netta alternatività. Così come fermo e radicale è il nostro “no” alla devoluzione. Ma che cosa vuol dire competenza esclusiva in materia sanitaria? Lombardia, Piemonte, Veneto, hanno costituito per decenni e decenni l’ossatura di uno stato sociale che si assumeva l’onere e sentiva per molti versi l’orgoglio della redistribuzione e del riequilibrio solidarista. Già oggi la sanità è regionalizzata per l’80%. Davvero si sente l’esigenza di tagliare l’azione di coordinamento e di garanzia dei livelli essenziali di assistenza che si svolge sul piano nazionale? Dobbiamo avere un’idea forte di Stato. Di Stato non come burocratizzazione invasiva, ma come regola riconosciuta e condivisa di convivenza civile. Al di là di questo c’è solo la legge del più forte. Se io ho un sogno nella sanità, non è certo quello di vedere la mia sanità che è diventata tutta lombarda. E’ semmai quello di riscoprire gli ospedali e i servizi socio-sanitari più vicino, più dentro alle comunità locali. Non si tratta di dire di no all’aziendalizzazione, ma di rafforzarne le finalità pubbliche e di ricercare con coerenza e ostinazione l’integrazione ospedale-territorio. Senza svilire sempre la funzione pubblica perché la povera gente e anche i ceti medio-bassi hanno bisogno del servizio pubblico, che peraltro è un diritto di tutti i cittadini. E voglio concludere da dove ho cominciato, sul valore e l’importanza decisiva che per noi ha la partecipazione politica, anche al di là del tema dello Stato sociale. Noi, tutti noi qui, lo dico io che ritengo giusto a volte richiamare le diversità e che ci tengo alla mia identità, veniamo da culture politiche che ci hanno insegnato il valore della partecipazione come elemento fondante di una democrazia vitale. Questo valore è in crisi un po’ dappertutto, anche per il processo di cambiamento in corso nel paese. Non commettiamo l’errore di dire che gli altri sono conservatori e noi innovatori. Non stanno conservando un bel niente. Stanno cambiando secondo linee che sono diverse dalle nostre, questo è il punto. La partecipazione, la forza rappresentativa dei partiti e dei movimenti, perfino le assemblee elettive, sono viste con fastidio, come un impaccio al presunto governo spedito ed efficiente. Il loro valore aggiunto sono i mezzi di comunicazione, sono i media. che posseggono già o che comprano perché ne hanno le possibilità. Il nostro valore aggiunto è la partecipazione, è una democrazia vissuta e alimentata continuamente. Stiamo attenti a non dare una mano all’indirizzo che loro stanno perseguendo. L’abbiamo già assecondato fin troppo in passato, inseguendo la suggestione di essere o di apparire moderni. Ma quale modernità! Se il nostro sistema politico sarà soverchiato dal potere economico e dal potere mediatico, noi rischiamo l’indebolimento e il restringimento degli spazi di democrazia reale. Tutto ciò sarebbe esiziale anche per lo stato sociale. Questa è la vera posta in palio. Giuseppe Adamoli 1 marzo 2003
Allegato: SANITA_-_Rosy_Bindi_01.03.03.rtf
Data: 01-03-2003