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25 ottobre. Un'occasione per il Pd da non sciupare

di Giuseppe Adamoli
Non amo scendere in piazza. Posso contare sulle dita di una mano le volte in cui ci sono andato. Me ne ricordo una, in particolare, quando con le lacrime agli occhi, a Milano trent'anni fa, chiedevamo la liberazione di Aldo Moro nei mesi angosciosi del suo sequestro ad opera delle Brigate Rosse. E un'altra sindacale quando, a vent'anni, ero operaio in fabbrica.
Eppure a Roma sabato ci andrei, se potessi, non per "Salvare il PD", come invoca qualche pessimista. Semplicemente per dire tutti insieme, con l'amplificazione della moltitudine umana, qual è la nostra agenda politica per la crisi economica e finanziaria, la scuola, il fisco solidale e federale, la piccola e piccolissima impresa, i ceti poveri e i ceti medi che si stanno impoverendo.
Al Circo Massimo ci sarà una folla enorme, non c'è dubbio. Ma Veltroni non deve parlare solo ai presenti, ma parlare all'Italia senza erigere steccati fra chi c'è e chi non c'è. Anzi, faccio l'auspicio che non consideri la piazza piena come la fortezza politica nella quale rinchiudersi. Le manifestazioni sindacali sono un'altra cosa. Al centro c'è la "rivendicazione", c'è una controparte da battere, da piegare, da convincere.
Quale controparte abbiamo noi nel quadro di una crisi mondiale così nera? Potrebbe essere il Governo Berlusconi, ma temo che da una contrapposizione feroce non possa che uscirne avvantaggiato.
La nostra opera di persuasione dovrebbe piuttosto rivolgersi all'Italia degli incerti e dei dubbiosi (politicamente), degli insicuri (psicologicamente e materialmente). Quell'Italia che si cela in gran parte nella maggioranza silenziosa a cui non ripugna né il grembiule, né il voto in condotta, ma che vuole una scuola autorevole e ospedali pubblici che funzionano. Quella che non vuole le ronde civili, né padane né di altri partiti, ma ha bisogno di sicurezza. Quella che sente che i conflitti di interesse diffusissimi, oltre a quello gigantesco di Berlusconi, uccidono la meritocrazia e imprigionano il Paese. Quella che pensa che opporsi ad una riforma profonda della giustizia, in nome della difesa delle elite giudiziarie, sia un insulto al buon vivere civile. Quella che sa che il rischio delle occupazioni nelle scuole e nelle università non si risolve con la polizia e le questure, ma col dialogo fattivo e continuo.
Quella che ha paura di un nuovo sessantotto, non che spera in un nuovo sessantotto.
Il rituale e la liturgia della piazza sono adatti a questi intenti? Massimo Cacciari dice di no, io questa volta dico di sì, sperando però che non sia interpretata come l'ultima spiaggia. La democrazia non conosce mai scadenze ultimative, ma un lavoro lungo e paziente di costruzione di un'alternativa seria e credibile.

Allegato: 25_ottobre.doc

Data: 24-10-2008



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